Ottobre 27, 2020

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Salario minimo: lavoro e dignità

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di Alberto Ferretti

Proseguendo nell’analisi delle contraddizioni emerse in seguito alla crisi sanitaria sulle quali i comunisti potrebbero e dovrebbero far leva al fine di cercare di incidere a livello di massa – e dopo aver trattato in precedenza il tema della riduzione dell’orario di lavoro – poniamo ora l’attenzione sulla questione salariale, dal particolare punto di vista, poco indagato in Italia, del salario minimo.

Che la questione salariale sia il problema materiale centrale dei lavoratori d’Italia è fuori discussione: gli stipendi non sono adeguati al costo della vita e necessitano di supporto, come le difficoltà che sono venute alla luce in questi mesi di semi-paralisi dell’attività economica hanno vieppiù evidenziato. È talmente vero, che persino uno strumento pensato originariamente per aiutare chi è disoccupato, come il Reddito di cittadinanza (RdC), di fatto è andato configurandosi come un sostegno ai salari, poiché spetta anche a chi un lavoro ce l’ha, ma il cui lo stipendio non basta per vivere.

Accade così, come rilevato dalla Banca d’Italia, che “il Reddito di cittadinanza riduce il numero di poveri assoluti (l’incidenza della povertà) e, soprattutto, ne attenua la condizione di bisogno (l’intensità della povertà)”; e in più, come sottolinea l’economista Emiliano Brancaccio, esso “induce alcune fasce di lavoratori a preferirlo rispetto a un basso salario […] e proprio perché concorre coi salari, ebbene li sostiene, cioè frena la loro caduta[1]”.

Ciò è intollerabile per il padronato italiano, furioso alla sola idea che il RdC possa sottrarre strati di proletariato al ricatto della “ripresa” post COVID. Bonomi tuona allora contro il “sussidistan” e si comprende così la violenta campagna denigratoria dei media di proprietà degli stessi industriali e capitalisti contro questo dispositivo. Campagna basata su menzogne e criminalizzazione dei percettori, che associa in totale malafede il RdC a ogni nefandezza, mentre tace sulle frodi aziendali alla cassa integrazione durante il lockdown e sui 100 miliardi sussidi a fondo perduto concessi alle attività imprenditoriali[2].

I capitalisti italiani non sono infatti contrari ai sussidi in generale: sono contrari ai sussidi per i poveri e per i lavoratori. E sopra ogni cosa, hanno detto e fatto capire di essere profondamente avversi a qualsiasi consistente aumento salariale oggi e anche in futuro, come la recente clamorosa rottura di Federmeccanica del tavolo di trattativa sul contratto dei metalmeccanici chiaramente dimostra.

Ma in che modo il salario minimo potrebbe essere una rivendicazione efficace e una risposta a questo stato di cose?


In un precedente articolo avevamo analizzato la società italiana in termini di composizione di classe e settori lavorativi. Ne risultava che i lavoratori dipendenti sono 19 milioni, di questi, 14 a tempo indeterminato e ben 4 a termine, con contratti precari e meno tutelati (molti dei quali costretti a un doppio lavoro per vivere). Questa è una tendenza esponenzialmente in crescita negli ultimi anni di deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro, di conseguenza la situazione del precariato e del part time (per non parlare degli stage non retribuiti) è letteralmente fuori controllo. Accanto ai salariati, c’è inoltre una massa cospicua di mezzo milione di parasubordianti in condizioni assimilabili ai dipendenti, benché classificati come autonomi.

Questo stato di cose non può che avere un impatto sulle retribuzioni, è anzi una conseguenza dell’intento di abbassarle. E infatti, gli stipendi in Italia “crescono a passo di lumaca: neppure quanto basta a tenere il passo con l’aumento del costo della vita” tanto che “la metà delle posizioni lavorative percepisce una retribuzione oraria pari o inferiore a 11,25 € (valore mediano)”. Per valore mediano si intende “la retribuzione (…) che si ottiene mettendo in fila i salari di tutti i lavoratori dal più povero al più ricco e scegliendo quello esattamente nel mezzo. In questo modo è possibile ‘depurare’ dalle statistiche gli effetti di chi guadagna moltissimo – che invece possono falsare la media (…) – e dare invece un quadro vicino a quello delle persone comuni.”[3]

Semplifichiamo brutalmente al fine di cogliere appieno gli ordini di grandezza: 11,25 € l’ora per 40 ore settimanali, fanno 1800 € lordi, circa 1350 € netti. Qui si posiziona dunque la soglia di dignità, oggi, della “persona comune”, il lavoratore salariato a tempo pieno e indeterminato, in Italia. Per capire, il 50% dei dipendenti prende meno di 11 € l’ora, il 50% di più; ci sono cioè milioni di persone pagate dai 3 ai 8 € l’ora (operatori dei call center, stagionali del turismo, braccianti, camerieri, fattorini, assistenti in cucina, lavoratori della cultura, assistenza sociale e sanità, in particolare tra i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro, ma non solo); dai 9 agli 11 €, come gli operai e gli addetti alla grande distribuzione; poco più di 11 € per gli impiegati[4]. Questi sarebbero i famosi “privilegiati” denunciati da industriali, politicanti e giornalisti, ai quali la classe dominante italiana, esigua e ricchissima, vorrebbe far pagare la crisi.

Il quadro è quello della depressione salariale e della miseria crescente, funzionale a un padronato che corrisponde alla classe salariata d’Italia gli stipendi più bassi in Europa, agli ultimi posti nella graduatoria tra i paesi industrializzati. Se allora nei primi anni duemila si parlava con preoccupazione della “generazione mille euro”, ebbene oggi ci ritroviamo a parlare con sgomento di “generazione cinquecento euro, nel terrore costante di non avere stabilità economica”.


In questo contesto la necessità di un salario minimo sembra sempre più pressante. Di che cosa si tratta? Il salario orario minimo è la soglia legale al di sotto della quale nessun lavoratore dipendente può essere pagato. Esso è fissato per legge ed è sottoposto a periodica rivalutazione per adeguarlo il più possibile al costo della vita.

Per quanto riguarda l’Italia, il confronto col resto d’Europa è abbastanza impietoso[5],  essendo uno dei soli sei paesi a non averlo mai istituito. In Francia il salario minimo è di 1500 € lordi al mese (1220 € netti, il  70% rispetto al salario mediano di 1790 €) e il sindacato CGT chiede oggi una rivalutazione straordinaria a 1800 €. Lo stesso accade in Belgio dove il salario minimo è fermo da anni a 1500 € lordi (10 € l’ora) e il sindacato FGBT chiede un aumento a 14 €. In Spagna l’ultimo incremento, a 950 € mensili su quattordici mensilità, risale invece allo scorso febbraio.

In Germania fu introdotto nel 2015 a 8,50 € l’ora, portato dal gennaio 2020 a 9,35 €, per cercare di palliare all’epidemia di lavoratori poveri da mini-jobs (i “lavoretti”, che ben conosciamo in Italia) scatenata dalle controriforme Hertz. Persino in Gran Bretagna è stato recentemente rivalutato a 10€, applicabile anche al lavoro parasubordinato allo scopo di tutelare chi opera in regime di mono-committenza, il cui grado di dipendenza è simile a quello dei lavoratori subordinati. Ha fatto scalpore infine in Svizzera la recente vittoria del referendum, proposto da sindacati e sinistra nel cantone di Ginevra, per un salario minimo di 22 € l’ora, il più elevato al mondo, al fine di dare sostegno a categorie come addetti alle pulizie, nei ristoranti e nelle parrucchierie confrontati a un costo della vita elevatissimo.

Ovunque in Europa è all’ordine del giorno l’aumento significativo dei salari minimi. E in Italia? Originariamente la scelta della Costituente fu quella di non attribuire alla legge il compito di stabilire un salario minimo per non ostacolare l’azione dei sindacati i quali, se opportunamente registrati come da l’articolo 39 della Costituzione , stabiliscono contratti collettivi validi nei confronti di tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce (erga omnes). Tuttavia, le disposizioni contenute in questo articolo non sono state mai completamente attuate (senza entrare nel dibattito, in nota mettiamo alcune ragioni[6]).

Quel che ci interessa in questa sede è che concretamente oggi in Italia, quando va bene, si applicano i minimi contrattuali stabiliti dai contratti collettivi (spesso molto bassi), ma tali contratti collettivi non possono applicarsi erga omnes, lasciando così molti lavoratori scoperti dal punto di vista delle tutele minime. Tuttavia, i sindacati confederali sono diffidenti se non contrari all’instaurazione del salario minimo orario legale. Le dirigenze di CGIL CISL e UIL affermano – unici in Europa, ma devono saperla più lunga degli altri visti i grandi risultati da loro conseguiti nella difesa dei lavoratori – che salario minimo non riuscirebbe a garantire il trattamento economico complessivo e le tutele che il contratto collettivo garantisce; addirittura, avrebbe “probabili effetti collaterali pericolosi” perché “potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei Ccnl rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele”, infine esso è visto come intromissione nella libera contrattazione tra le parti sociali.

Inspiegabilmente CGIL CISL e Uil oppongono in maniera perentoria la contrattazione collettiva e il salario minimo. Per i sindacati di base, favorevoli invece a questa misura, la triade non intende rinunciare a una politica di moderazione salariale generalizzata in favore degli interessi dell’impresa[7] e teme di perdere così potere contrattuale. Ma se già il caso del Belgio, dove il salario minimo non è fissato per legge bensì negoziato dai sindacati nell’ambito della contrattazione collettiva, rende fragile questa posizione, non si vede perché un minimo fissato per legge non possa costituire piuttosto un complemento in grado – grazie alla determinazione di una soglia minima “alta” che si avvicini quanto più possibile all’attuale valore mediano – di sollevare quei contratti collettivi[8] con minimi bassi, oltre che a tutelare per legge coloro ai quali il contratto collettivo non si applica. Insomma sarebbe uno strumento in più da usare contro il capitale. Senza nulla togliere alla battaglia fondamentale di estendere la contrattazione collettiva, la quale non garantisce tuttavia granché sui livelli di remunerazione nella concreta e immediata emergenza di bassi salari in corso in Italia.

Non c’è motivo quindi per cui in Italia non dovrebbe essere all’ordine del giorno la sua introduzione. Addirittura due disegni di legge giacciono arenati in Parlamento, presentati dal PD e dai 5 Stelle[9], sicuramente migliorabili, ma nessuna forza sembra voler incalzare i governi in tal senso, né i sindacati confederali come abbiamo visto, né la pseudo sinistra decorativa a rimorchio della destra presentabile, il PD. In pratica non c’è la volontà, eppure:

L’introduzione e/o l’aumento dei salari grazie al salario minimo sarebbero […] una prima e ferma risposta al tentativo del capitale di ristrutturarsi a scapito dei lavoratori, perché renderebbero vani i tentativi di sfruttamento attraverso gli appalti al ribasso, l’intermediazione di manodopera, i contratti a cottimo. Certo, è necessario che il salario minimo non sia solo un tratto di inchiostro su carta, ma tra averlo e lottare affinché sia rispettato e non averlo c’è una bella differenza. […]” Sarebbe sufficiente partire da una soglia minima tabellare fissata a 10 euro l’ora a cui aggiungere contributi, ferie, tredicesima mensilità e malattie[10]


Rivendicare salario non è solo una questione sindacale, è un’opzione eminentemente politica. Insieme alla riduzione dell’orario di lavoro, non si tratta qui unicamente di semplici misure di immediato e pur necessario sollievo economico per classe lavoratrice strangolata dal capitalismo. C’è chi le propone per riformare il capitalismo e sopprimere la miseria, come i socialisti democratici e la sinistra borghese più conseguente; c’è chi le invoca per limitare i danni di un capitalismo selvaggio, come i liberali più paternalisti e accorti il cui scopo è mantenere a ogni costo la società attuale eliminandone storture che possono portare a insorgere; ci sono infine i comunisti per i quali la lotta per l’introduzione di queste misure costituirebbero le tappe di un processo di accumulazione di forze, di recupero di fiducia, di distribuzione di potere verso le classi subalterne.


[1] Report banca d’Italia Brancaccio: quante ipocrisie contro il reddito di cittadinanza

[2] I sussidi alle imprese

[3] Quanto guadagnano gli italiani; fbclid=IwAR36buQW_GMHCJG2uDgz96mnyhr3jd2NYBslqmZV6hZfyT38KaJLrwHydH0 ; https://www.investireoggi.it/economia/stipendio-misero-da-4-euro-allora-il-dramma-del-lavoro-per-migliaia-di-italiani/

[4] http://www.traderlink.it/notizie/primo-piano/istat-ecco-la-retribuzione-media-oraria-degli-italiani_19345NGA3MT9TCB

[5] Panoramica sulla situazione europea: Germania ; Salario mediano in Francia ; Belgio ; Spagna ; Ginevra; Gran Bretagna

[6] https://www.altalex.com/guide/salario-minimohttp://www.appuntigiurisprudenza.it/diritto-del-lavoro/costituzione-inattuata-art-39-seconda-parte.html ; https://www.dirittiadirotto.com/inattuazione-della-seconda-parte-dellarticolo-39-cost/#:~:text=Le%20ragioni%20storiche%20che%20hanno,collettivi%20con%20efficacia%20erga%20omnes.

“Il problema più grave è quello dell’efficacia soggettiva del CCNL. Mancando l’attuazione dell’art. 39 Cost., i principi sono quelli del diritto privato dei contratti. Anche una volta implementate del tutto, le regole del TU Rappresentanza non saranno di generale applicazione, derivandone un doppio regime di efficacia soggettiva dl contratto collettivo, che introdurrà ulteriori complicazioni in un sistema già molto faticoso.” “Il contratto collettivo, a causa della mancata attuazione dell’art. 39 parte seconda Cost., è stato ricostruito dalla giurisprudenza in termini privatistici;” Riccardo della Punta, “Diritto del Lavoro”.

[7] USB: salario minimo, prigionieri di CGIL CISL e UIL ; http://www.filt.veneto.cgil.it/content/salario-minimo-le-valutazioni-dei-sindacati

[8] Così in Francia: “Se i minimi tabellari dei contratti collettivi devono essere applicati rispettando salario minimo. Ad ogni aumento del salario minimo, è necessario verificare se i minimi convenzionali dei livelli di classificazione più bassi nel contratto collettivo non sono scesi al di sotto di tale importo. Se questo è il caso, è l’importo del salario minimo che prevale fintanto che una modifica al contratto collettivo non ha rivalutato i minimi” https://www.editions-tissot.fr/actualite/droit-du-travail/convention-collective-comment-bien-appliquer-le-salaire-minimum

[9] https://ilmanifesto.it/salario-minimo-orario-svolta-positiva-sulla-contrattazione/

[10] Marta Fana, Simone Fana: Basta salari da fame, le ragioni di un salario minimo