Gennaio 17, 2022

AFV

Libera la tua mente

La Repubblica nel pieno di una depressione antidemocratica

Se davvero si fosse scommesso su cosa aspettarsi dal governo Draghi, prescindendo per un attimo dal merito programmatico-politico, si sarebbe potuto fare affidamento sulla sua tenuta, su una prospettiva di lungo corso, almeno fino a fine legislatura.

Il minimo per un esecutivo guidato da un esponente del liberismo nostrano, tutto d’un pezzo, ammantato da un aura di imperturbabilità, di piena aderenza tanto alle forme istituzionali quanto alla sostanza dei provvedimenti che avrebbe dovuto prendere per mettere in sicurezza i grandi patrimoni, gli scambi commerciali, la sicurezza dell’alta finanza borsistica a tutto scapito dei redditi da lavoro dipendente, delle pensioni e del residuale sistema di protezione sociale atomizzato da tanti anni di privatizzazioni e localizzazioni regionaliste.

Anche solo immaginandosi Draghi seduto al tavolo del governo a Palazzo Chigi, la percezione immediata, indotta dalla campagna mediatica di deprimente ossequio che si poteva leggere su molti grandi quotidiani italiani, era quella di aver trovato l’uomo giusto al momento giusto: il solutore degli enigmatici problemi di un Paese che le aveva provate tutte. Dal berlusconismo al renzismo, dai tecnici al populismo-sovranismo del Conte I fino al nuovo centrosinistra dell’asse PD-M5S con annessa e connessa quell’Italia Viva sempre pronta ad adattarsi alle mutazioni politico-economiche di una Italia in balia del Covid-19.

Probabilmente quella percezione era sbagliata o, piuttosto, solamente molto esagerata. La “potenza” di Draghi era frutto di una collocazione sovranazionale del personaggio: l’Europa della BCE, il contesto più variamente mondiale del Fondo Monetario Internazionale. Oppure l’OCSE. Tutte le organizzazioni messe a tutela del capitalismo globale erano e rimangono tutt’ora pronte a rilasciare qualunque credenziale possibile di piena affidabilità del banchiere di Francoforte a guidare l’Italia in questa fase di smottamenti sociali e politici.

Ma poi succede che, lo scorso dicembre, a fine anno, Draghi si apre la strada verso il Quirinale e lo fa dopo mesi di silenzio, dopo aver osservato le mosse dei partiti della sua grande coalizione di salvezza nazionale.

Si aspetta che questa specie di “partito unico” parlamentare gli consegni la corona del semipresidenzialismo, nel nome della stabilità economica, nell’assoluta certezza che solo con lui alla Presidenza della Repubblica un nuovo governo, uguale al precedente tranne che nella figura del Presidente del Consiglio (giusto giusto un “dettaglio“…), possa procedere con l’applicazione pedissequa del PNRR e con le cosiddette “riforme” che lo devono accompagnare nel corso dei mesi di un 2022 in ripresa rispetto al biennio precedente.

Ma, nonostante il coro di riconoscimenti morali (sic!) e politici sia pressoché unanime nella maggioranza del “partito unico” parlamentare, sulla immediata prospettiva del duplice cambio ai vertici della Repubblica, movimenti e partiti si sconocchiano, se ne dicono di tutti i colori ma, ancora più farsesco, si sfibrano a suon di contrapposizioni interne: emergono correnti e correntine, opinioni singole e una pioggia di nomi per il Quirinale che – a seconda delle esigenze personali o di partito – supportano tatticismi deplorevoli, miranti esclusivamente al mantenimento di posizioni di rendita.

Ogni grande visione a lungo termine, sia di stabilità governativa sia per il settennato nuovo della Presidenza della Repubblica, è sullo sfondo e interessa veramente molto poco chi non si spinge oltre la garanzia del proprio vitalizio o della rielezione nel prossimo Parlamento dimezzato dalla enorme voglia di democrazia dei pentastellati.

La depressione antidemocratica di questi mesi la si può leggere tutta quanta in questa cornice dalle tinte arrivistiche di una politica che precipita nuovamente nel circolo vizioso di un istinto di sopravvivenza che mette in crisi qualunque attenzione verso il benessere sociale, i beni e gli interessi comuni.

Draghi ha sostenuto, nell’ultima conferenza stampa fatta, di aver portato a termine la sua missione governativa: dal punto di vista liberista, non c’è che dire, lo ha assolutamente fatto. Se invece guardiamo l’operato dell’esecutivo sul piano meramente sociale, i fallimenti sono pressoché continui e recidivamente ripetuti con una coerenza che rispetta pienamente il mandato affidatogli da Mattarella, dalla Commissione europea e da Confindustria, di traghettare il Paese in questo guado tra una sponda e l’altra del fiume pandemico.

Non aver messo in sicurezza nemmeno uno dei contesti sociali maggiormente attaccati dal combinato disposto tra Covid-19, conseguenze sui mercati e ricadute sulla sopravvivenza di milioni e milioni di lavoratori, precari e indigenti, è il prezzo pagato al capitale e all’alta finanza per garantirne i privilegi e aprire loro nuove occasioni di sfruttamento del grande evento epocale rappresentato dalla pandemia che muta, che si trasforma sempre più in una endemia.

Draghi non fallisce nulla perché non tenta nulla in chiave sociale. Per questo la sua missione è compiuta e può pensare di continuarla facendo il nume tutelare dal Colle più alto delle istituzioni repubblicane. Ma il diavolo – si sa – fa le pentole senza i coperchi… E non si può pretendere di essere al contempo il federatore necessario del “partito unico” parlamentare, di una maggioranza altrimenti impensabile, e il Capo dello Stato. A qualcosa si deve rinunciare se si vuole davvero rispettare la Costituzione e il carattere, quindi, parlamentare della Repubblica. Ma soprattutto, vi si deve rinunciare se si vuole mantenere un ruolo o assumerne un altro…

Paradossalmente, le forze politiche che sono contrarie alla trasmigrazione di Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale, lo sono apparentemente per questioni di rispetto del diritto superiore rappresentato dalla Carta; più realisticamente, invece, continuano ad esserlo perché il meccanismo del gioco rischia di saltare del tutto.

A seconda dei trabocchetti dell’ultimo minuto e dell’incertezza su presenti e assenti alle votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, variabile dipendente coronaviratica non prevedibile e ingestibile persino per i più attenti segugi alla ricerca del voto sicuro su questo o quel candidato, il vero protagonista politica delle prossime settimane sembra essere l’imponderabile. Nessuno può essere veramente sicuro di avere in mano la chiave di volta del dilemma quirinalistico-governativo.

Tenere insieme continuità dell’esecutivo e avvicendamento al Colle è una impresa veramente ardua. Per fortuna della democrazia tutte queste contraddizioni non mancano e, anzi, ne nascono continuamente di nuove. Segno che, se è vero che la Repubblica non gode di ottima salute e i suoi anticorpi anti-presidenzialisti e anti-cesaristi sono al minimo, è altrettanto vero che, per i sostenitori del draghismo a tutti i costi le vie dell’ascesa ulteriore e del “governo del Presidente” (inteso in una chiave molto diversa da quella dell’anche recente passato…), il sentiero è stretto e poco praticabile.

Non tutti i bisticci vengono per nuocere. Ma il pericolo è che, se mai non si riuscisse a venire fuori da questo ginepraio, si finisca col preferire la soluzione più semplice e di comodo. Una delle più pericolose e disarmanti: compromettersi con il centrodestra (per l’ennesima volta), per mantenere intatto il “partito unico” parlamentare e proseguire con le controriforme antisociali per tutto il 2022 e parte del 2023. Si parla ovviamente – se non proprio di Berlusconi al Colle… – di qualche figura non troppo divisiva tra i partiti sostenitori del liberismo (da destra al centrosinistra): Franco Frattini, ad esempio.

Il potere della variante Omicron sull’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è ancora tutto da testare: ma, certamente, le scelte irragionevoli del governo nella gestione della pandemia in questi ultimi mesi danno ragione a chi sostiene che l’assenza della programmazione non ha soltanto riguardato i problemi concernenti il mondo del lavoro e del disagio sociale, ma si è espressa ancora più evidentemente nel campo sanitario e medico, in quello della organizzazione del rientro a scuola e nella pianificazione di un controffensiva nei confronti del virus di cui conoscevamo già la potenza espansiva nei mesi invernali.

In parte ci troviamo davanti a scelte consapevoli, irresponsabili perché mirate a tutelare solo il mondo delle imprese e per niente quello del lavoro e della mancata occupazione; in parte assistiamo anche alla improvvisazione di un Presidente del Consiglio che è stato ampiamente sopravvalutato e mitizzato al punto tale da diventare l’”unica speranza”, quella per cui non esisteva e non esiste alternativa.

Quando si ha bisogno degli eroi, degli uomini e delle donne che tutto possono e tutto sanno fare, meglio di chiunque altro, si rischia sempre qualcosa in più del consentito sia dalla morale, sia dal diritto. Ai comandanti vittoriosi che tornavano in patria a sfilare davanti agli imperatori e al Senato, veniva ricordato durante le parate di trionfo che erano solamente uomini («Hominem te esse, memento!»). La nenia gli veniva sussurrata nelle orecchie mentre le bighe si facevano largo tra le ali di folla che applaudivano e lanciavano fiori. Serviva a ridimensionare l’ego del vincitore e a ricordare a tutti che, per quanto uno possa essere considerato invincibile, le battaglie non finiscono mai e quindi dell’invicibilità si può conservare il mito, ma mai averne la certezza.

Quella che, nel marasma istituzionale di questi giorni, davvero è oggi la più lontana virtù della politica italiana.