Ralph Nader, storico ambientalista statunitense, ha dichiarato che il recente discorso di Trump sullo “stato dell’Unione” di fonte al Congresso degli Stati Uniti è stato “una dichiarazione di guerra al popolo americano a favore dei super-ricchi e delle gigantesche corporazioni”
Non solo però l’amministrazione Trump si accanisce contro i più recenti immigrati, i dipendenti pubblici, lo Stato sociale e i diritti individuali e collettivi ma anche contro l’ambiente: nell’anno più caldo mai vissuto dal pianeta e con ricorrenti disastri legati al cambiamento climatico, Trump, oltre alla decisione di uscire nuovamente dall’accordo globale sul clima di Parigi del 2015, sta inanellando una valanga di ordini esecutivi che avranno ulteriori conseguenze sul riscaldamento del pianeta e sulla vita delle forme viventi che popolano la Terra.
Le sue politiche, anche in tema ambientale, non sono una novità: nel corso del suo primo mandato aveva destinato alla ricerca di minerali 8.000 chilometri quadrati di terre pubbliche, eliminando la protezione di un territorio 16 volte più grande di quanto ne avesse protetto il presidente Teddy Roosevelt, uno dei precursori dei parchi naturali statunitensi. Soprattutto l’Alaska aveva patito il disboscamento e la cancellazione di aree naturali per concedere alle imprese minerarie la possibilità di trivellare. Cosa che dovrebbe mettere in guardia su ciò che potrebbe accadere nel futuro alla Groenlandia, posto che Trump riesca a risolvere il “problema” della sovranità di un altro Stato e del parere dei cittadini del posto.
Il Project 2025, un tomo di 900 pagine redatto dalla Heritage Foundation per indirizzare la nuova presidenza trumpiana, aveva già chiaramente identificato fin dal 2023 le politiche reazionarie da applicare agli Stati Uniti. Nello specifico dell’ambiente, lo slogan “Drill, baby, drill” indicava l’intenzione di “fermare la guerra al petrolio e al gas naturale” iniziata nel mondo per affrontare la catastrofe climatica in corso.
Sulla base di quelle indicazioni, Trump sta interrompendo i finanziamenti alla ricerca scientifica sul clima (ma non solo su quell’argomento), attaccando il posto di lavoro e le funzioni sociali dei dipendenti federali (anche di quelli che lavorano nel settore ambientale), cancellando dai siti web federali le informazioni critiche sull’utilizzo dei combustibili fossili come “cambiamento climatico”, “inquinamento” e “risorse naturali”, riducendo le regole per le compagnie petrolifere e del gas, a partire nuovamente dall’Alaska e dalle acque costiere, revocando progetti centrati su energia pulita, foreste, giustizia ambientale, ecc., sciogliendo l’American Climate Corps, istituito dalla precedente amministrazione.
E mettendo anche in discussione le previsioni meteorologiche quotidiane, gli avvisi sugli incendi e il monitoraggio degli incendi boschivi nell’evidente intenzione di ridurne, non il pericolo affrontandone le cause, ma di sottacerne il collegamento col peggioramento della salute della Terra.
Già il primo giorno della sua (seconda) presidenza, nel progetto “Unleashing American Energy” (Scatenare l’energia americana), Trump ha anche ingiunto alle agenzie federali incaricate dell’ambiente di determinare se il cambiamento climatico sia una bufala, come da lui sostenuto più volte. Ciò nell’ottica di abrogare l’ “Endangerment Finding” del 2009 che, a seguito di un pronunciamento della Corte Suprema, allora a maggioranza non reazionaria come oggi, stabiliva che i gas serra sono da considerare inquinanti atmosferici ai sensi delle leggi vigenti negli USA, in particolare il Clean Air Act; e dunque un pericolo per la popolazione odierna e futura.
Non è difficile trovare il momento topico in cui Trump ha deciso di mettere in atto una più risoluta politica contro l’ambiente: nell’aprile dello scorso anno, Harold Hamm, presidente di Continental Resources, una delle principali compagnie petrolifere statunitensi, ha organizzato un incontro al resort Mar-a-Lago di Trump, in cui il presidente ha chiesto ai leader del settore e ai lobbisti di donare un miliardo di dollari alla sua campagna elettorale, promettendo in cambio la riduzione delle normative ambientali e l’accesso senza restrizioni dell’industria dei combustibili fossili alle terre e alle acque pubbliche con la massima diffusione del fracking.
La fratturazione idraulica (o fracking) è uno dei metodi più devastanti di estrazione dei combustibili fossili: si trapana lo scisto e le altre rocce e si pompano acqua, sostanze chimiche e sabbia per allargare le fessure prodotte nel sottosuolo favorendo la risalita in superficie di petrolio e gas. Il nocivo impatto ambientale e sanitario è documentato, così come è possibile una contaminazione delle acque potabili. Problemi che hanno già indotto l’abbandono di popolazioni, funestate da malattie sopravvenute e da impossibilità a vivere ancora nelle loro case, da località coinvolte nel fracking,
Anche Kamala Harris, la candidata presidenziale del Partito Democratico, aveva cambiato idea rispetto alla sua precedente posizione e, in campagna elettorale, nell’intento soprattutto di non perdere ulteriori voti in Pennsylvania, uno Stato in bilico elettorale in cui è particolarmente utilizzato il fracking, l’aveva sostenuto, seppur come soluzione transitoria in attesa dell’estendersi di forme ecologiche di creazione di energia. Atteggiamento che aveva inevitabilmente deteriorato i suoi consensi da parte delle persone e delle associazioni attente alla catastrofe climatica.
Ora Trump è andato ben oltre: considera il fracking una grande idea e ha nominato come segretario all’Energia un accanito negazionista del cambiamento climatico, Chris Wright, uno dei fondatori di Liberty Energy, impresa che sfrutta il 20% dei pozzi terresti statunitensi scavati col fracking
Sierra Club, un’organizzazione che opera nel Paese da 130 anni, sebbene abbastanza moderata ha denunciato il 5 marzo Elon Musk e il Dipartimento per l’Efficienza del Governo (DOGE), la struttura istituita dal presidente per affrontare quelli che sono considerati dalla coppia Musk e Trump gli sprechi dell’amministrazione federale. Il DOGE sta attuando licenziamenti di massa nelle agenzie federali, e conseguenti restrizioni dei relativi impegni sociali, per far spazio ai grandi ulteriori sconti fiscali previsti per i ricchi. La causa legale intentata da Sierra Club (assieme ad altre associazioni) sostiene che il DOGE opera in una zona grigia costituzionale e ne risponde illegittimamente solo al Presidente e non al Parlamento.
I tagli dell’amministrazione Trump colpiscono tutte le agenzie federali, ed anche il personale dei parchi nazionali e delle foreste protette. Annunciati il 14 febbraio, essi hanno già allontanato dal lavoro il 10% del personale del National Park Service, e cioè 3.400 ranger, ricercatori ed educatori naturalistici al servizio dei visitatori annuali dei parchi (che sono 325 milioni) e delle foreste protette (159 milioni). Lasciando questi territori, per carenza di personale, senza controlli e con possibili vandalismi, come già si è verificato nel 2019 per 35 giorni a causa dell’interruzione dei fondi in attesa del voto del bilancio federale. I licenziamenti odierni del personale possono costringere i piccoli parchi a chiudere i centri visitatori, mentre i più grandi avranno sempre più grandi problemi a comunicare e a difendere l’importanza della conservazione della natura.
Manifestazioni contro i licenziamenti si sono svolte in 145 parchi degli USA, organizzate soprattutto dal gruppo Resistance Rangers, composto da circa 700 ranger fuori servizio. Una bandiera USA al rovescio è stata esposta sulla grande parete de El Capitain nello Yosemite Park. Brian Gibbs, un ranger del parco educativo Effigy Mounds National Monument in Iowa è diventato il simbolo della protesta contro una politica per aprire ulteriormente le terre pubbliche al profitto delle imprese, dichiarando “Sono il protettore di luoghi cerimoniali e di sepoltura dei nostri antenati di 2500 anni fa, il difensore delle vostre terre pubbliche e delle vostre acque, la lezione insegnata ai vostri figli che viviamo in un mondo di doni, non di merci, che la gratitudine e la reciprocità sono la porta alla vera abbondanza, non il potere, il denaro o la paura. Sono stufo di subire settimane di bullismo e di censura da parte di miliardari”.
Associated Press ha riferito che, a seguito del diffuso dissenso sui tagli contro cui ha impattato, l’amministrazione Trump avrebbe ripristinato una cinquantina di posti di lavoro e vorrebbe poi assumere 3.000 lavoratori stagionali aggiuntivi.
Di fronte a un tale attacco alla natura e alla salute dei cittadini, che si accompagnerà ad un’ulteriore riduzione delle risorse per le scarse coperture sanitarie di milioni di statunitensi, alcuni Stati degli USA (ad oggi più di 20, oltre a tribù di nativi, singole città e contee) hanno iniziato nei mesi scorsi a rivolgere cause legali per “inganno climatico” contro le grandi imprese petrolifere, le cosiddette Big Oil (Exxon, Shell, Chevron, BP, Sunoco e American Petroleum Institute) . Lo Stato del Maine è stato uno dei precursori di tale iniziativa, sostenendo che “per oltre mezzo secolo, queste aziende hanno scelto di alimentare i profitti … ingannando per decenni i cittadini sul ruolo dei loro prodotti a base di combustibili fossili nel causare il cambiamento climatico”, procurando con ciò “enormi impatti sulla salute pubblica e danni finanziari e patrimoniali a causa delle condizioni meteorologiche estreme, dell’innalzamento del livello del mare e delle temperature più calde”.
Oltre alle cause legali promosse da associazioni e Stati degli USA contro i provvedimenti governativi contro il lavoro e l’ambiente, decisi da parte di un governo di miliardari quale non si mai visto nel mondo, stanno dunque nascendo mobilitazioni dal basso per collegare la difesa della natura e la creazione di lavori utili e ben retribuiti. Il grande confronto sarà alla presentazione in Parlamento dei tagli al Welfare State, per procurare tagli fiscali ai ricchi, previsti dall’amministrazione Trump.
Fonti principali:
L.Sarnoff, What Trump’s ‘drill, baby, drill’ fracking agenda could look like, ABC, 20.11.2024
A.Nazarian, A Storm Named Trump Hits the National Parks Ahead of Busy Season, Sierra Club, 25.2
Project 2025: What environmental cutbacks has Trump made in a month and what’s next?, Euronews Green, 20.2
J.Fae, Thousands protest at national parks against Trump’s mass firings, WSWS, 2.3
