A guadagnare maggiormente dal conflitto scatenato in Medio Oriente dall’asse israelo-statunitense è, almeno dal punto di vista economico, la Russia di Vladimir Putin: secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) – un think tank finlandese – a marzo 2026 i ricavi del gigante eurasiatico provenienti dall’esportazione di combustibili fossili hanno registrato un aumento del 52% rispetto al mese precedente, raggiungendo «il valore più alto degli ultimi due anni» con 713 milioni di euro al giorno. In seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz, la Russia è diventata uno dei principali canali di approvvigionamento di Cina e India, creando un nuovo polo russo-indo-cinese in contrapposizione a quello euro-atlantico. I Paesi asiatici, tra cui soprattutto la Cina, erano infatti diventati i principali importatori di petrolio dall’Iran.

Nel dettaglio, le importazioni cinesi di petrolio greggio russo di qualità ESPO (Eastern Siberia-Pacific Ocean) hanno registrato un aumento del 14% su base mensile, il secondo volume più alto dall’inizio della guerra in Ucraina, mentre le importazioni indiane di petrolio greggio russo sono raddoppiate su base mensile. L’aumento maggiore si è registrato nelle importazioni delle raffinerie statali, che hanno visto un incremento massiccio del 148%, presumibilmente dovuto alla maggiore disponibilità di barili russi sul mercato spot, che rappresenta la loro principale fonte di approvvigionamento. Dal punto di vista strategico, dunque, la guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran non solo sta rafforzando economicamente le casse del Cremlino, ma sta anche vanificando gli sforzi europei di isolare Mosca e ridurre le sue esportazioni di gas e petrolio. A ciò va aggiunto che sempre a marzo «quasi la metà (48 per cento) del petrolio russo trasportato via mare è stata veicolata da petroliere ombra soggette a sanzioni». Sempre secondo i dati del CREA, un ulteriore 44% del volume è stato trasportato da petroliere del G7+, mentre la parte restante è stata trasportata da petroliere “ombra” non soggette a sanzioni. Per l’UE si tratta di una doppia sconfitta, in quanto conferma la capacità di Mosca di aggirare le sue sanzioni: nel marzo del 2026, infatti, alla fine del mese, 48 navi “fantasma” operavano sotto falsa bandiera.

Il paradosso però è che non sono solo Cina e India ad aver aumentato le importazioni di idrocarburi russi, ma anche la stessa Unione Europea: secondo le analisi del CREA, infatti, lo scorso mese i ricavi derivanti dal gas naturale liquefatto (GNL) sono aumentati del 5 per cento, raggiungendo i 47 milioni di euro. «La stragrande maggioranza (65%) dei carichi di GNL russi giunti a destinazione nel marzo 2026 è stata scaricata negli Stati membri dell’UE», si legge nel rapporto. Inoltre, nel mese di marzo, quattordici spedizioni di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che utilizzano greggio russo, e classificate ad alto rischio secondo le linee guida dell’UE, sono state sbarcate nei porti dell’Unione Europea. A oggi l’Ue resta il principale importatore di GNL (gas naturale liquefatto) russo, rappresentando quasi la metà (49 per cento) delle esportazioni totali di GNL della Russia, seguita da Cina (23 per cento) e Giappone (19 per cento). Il principale acquirente europeo di GNL russo è la Spagna, con 355 milioni di euro di importazioni a marzo. Al di fuori del blocco Ue seguono Cina (31 per cento) e Turchia (29 per cento).

Anche il gruppo di ricerca energetica Kpler, ripreso dal quotidiano britannico Financial Times, conferma che nel primo trimestre del 2026, le importazioni europee di gas naturale liquefatto dalla penisola siberiana di Jamal sono aumentate del 17% rispetto al medesimo periodo nel 2025, raggiungendo i 5 milioni di tonnellate. Le importazioni hanno portato gli Stati membri dell’UE a spendere circa 2,88 miliardi di euro per il gas proveniente dall’impianto siberiano. Secondo gli analisti, tali dati dimostrano che malgrado l’approvato stop alle importazioni, «gli acquirenti europei non hanno alcuna intenzione di smettere di acquistare GNL russo». Con la crisi di approvvigionamento conseguente al parziale blocco dello stretto di Hormuz, la situazione energetica è ulteriormente peggiorata per il Vecchio continente, rendendo le sanzioni imposte dalla stessa Ue uno strumento che può danneggiare più le nazioni europee che non la Russia. Non a caso, l’aumento negli acquisti arriva in un periodo di crisi del settore energetico, cominciato con la guerra israelo-statunitense all’Iran, che ha portato l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi, a chiedere una revisione delle politiche comunitarie sul gas russo.

Mentre l’Europa è sempre più a rischio nell’approvvigionamento energetico e, al pari degli Stati Uniti, deve fare i conti con l’aumento dei prezzi dei carburanti, il polo euroasiatico si sta riorganizzando velocemente grazie agli idrocarburi russi, registrando dei vantaggi significativi per il blocco, ma soprattutto per la Russia che – almeno dal punto di vista energetico – può essere per ora considerata la vera “vincitrice” del conflitto in Medio Oriente.

Giorgia Audiello

https://www.lindipendente.online/2026/04/17/la-guerra-in-medio-oriente-spinge-lexport-russo-di-energia/

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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