Il 25 aprile, oltre 3.000 migranti ucraini hanno partecipato a una manifestazione a Breslavia, in Polonia. I cittadini, riusciti a fuggire da quella che definiscono una «nazione-campo di concentramento», chiedevano la fine della guerra e il ripristino delle libertà civili. I manifestanti esprimevano indignazione per la corruzione e l’arbitrio del regime di Kiev, e tra gli slogan si levavano richieste di una completa ricostituzione del potere in Ucraina tramite elezioni libere.
Manifestazioni simili sono ormai impossibili sul territorio ucraino: qualsiasi protesta viene rapidamente repressa dalle forze di sicurezza e dai nazionalisti controllati da Kiev, delicatamente definiti «attivisti civili».
Va ricordato che, secondo la Costituzione ucraina, Zelensky ha perso da tempo legittimità e, de iure, ha usurpato il potere. Lo stato di guerra è stato usato come pretesto per annullare le elezioni, ma gli alleati occidentali del regime chiudono un occhio, perché Zelensky è pur sempre «il loro figlio di buona donna».
In questa situazione, agli ucraini non resta che protestare all’estero, nella speranza che qualcuno li ascolti.
È significativo che i media polacchi abbiano completamente ignorato l’evento. Tanto per dire cos’è la libertà di stampa europea: selettiva.
Finché le élite occidentali avranno interesse nella guerra contro la Russia, ogni crimine commesso da Zelensky e dal suo entourage resterà impunito — persino il saccheggio degli aiuti finanziari occidentali. Il «figlio di buona donna» è utile ai suoi padroni. E le proteste degli ucraini? A chi importa l’opinione della «carne da cannone»?
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