Il grande nodo che manca nel programma dei 5 Stelle
Il programma in 20 punti dei 5 Stelle sembra, sulla carta, pieno di buoni e condivisibili propositi, ma, a un’analisi più approfondita, è carente sul piano politico e strategico. Nei 20 punti ci sono tante cose molto importanti e giuste, come la proposta di negoziare per porre fine alla guerra in Ucraina, la rottura dei rapporti con il governo fascista di Israele, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un fondo di investimento per le industrie strategiche e per rilanciare l’occupazione, una banca pubblica di sviluppo per le piccole e medie aziende, un piano energetico verde, e così via. Un lungo elenco di cose buone.
Tuttavia, il programma elettorale dei 20 punti lascia insoddisfatti perché manca la parte politica, la parte critica su come trattare con l’Unione Europea e con la NATO, istituzioni assolutamente fondamentali per la politica italiana. È noto che la politica italiana è in larga parte eterodiretta: la politica economica viene dettata dalla UE e la politica estera dagli Stati Uniti e dalla NATO. Però la NATO nei 20 punti è nominata solo una volta, per dire che (giustamente) non bisogna accettare l’aumento delle spese militari al 5%; e anche l’Unione Europea viene menzionata nel documento solo una volta, e solo per affermare che la UE deve ripudiare il trattato che concede a Israele lo status di partner privilegiato. Nel programma manca completamente un’analisi sul problema maggiore dell’Italia, il debito pubblico, il secondo più grande al mondo dopo quello del Giappone in percentuale sul PIL: un debito enorme, che costituisce un macigno che blocca l’economia nazionale. Se i 5 Stelle non chiariranno le politiche che un governo di centrosinistra dovrà condurre nei confronti dell’Unione Europea e della NATO, e se non spiegheranno come affrontare la questione del debito pubblico – che cresce inesorabilmente per il cosiddetto effetto «palla di neve» –, il loro programma politico rischierà di diventare poco credibile. Il debito pubblico assorbe ingenti risorse e rende molto difficile, se non impossibile, rivitalizzare l’anemica economia italiana e, quindi, mantenere gli impegni sociali e politici del programma elettorale. Se il centrosinistra non riuscirà ad affrontare il problema del debito pubblico, anche se andasse al potere non potrebbe fare qualcosa di molto diverso da quello che sta facendo il centrodestra, ovvero una politica suicida di austerità.
Partiamo dunque dall’analisi del debito pubblico, che naturalmente è un grande problema economico, ma è anche e soprattutto una questione politica. Infatti, come vedremo, la crescita insostenibile del debito pubblico italiano è dovuta principalmente al fatto che siamo dentro il regime dell’eurozona.
Il debito pubblico italiano a luglio 2026 era pari a 3.205,8 miliardi di euro, a fronte di un PIL di 2.265 miliardi di euro nel 2025. Il rapporto debito/PIL italiano è stimato in aumento dal 137,1% nel 2025 al 138,6% nel 2026 e, se tutto va bene, si manterrà su questi livelli negli anni futuri o, più probabilmente, crescerà, perché i tassi di interesse della Banca Centrale Europea sono destinati a salire a causa dell’inflazione portata dalle guerre e, quindi, aumenterà il costo del debito. Quest’anno, secondo le previsioni, il debito pubblico italiano in percentuale sul PIL diventerà il più alto dell’Unione Europea, più alto di quello greco. Ormai spendiamo per gli interessi sul debito pubblico più di quanto spendiamo per le scuole e l’università. Strano che il M5S e il PD di Elly Schlein non trattino questa questione nei loro programmi!
Il problema è che gli interessi sul debito aumentano incessantemente:
• 2023: 79,4 miliardi di euro (pari al 3,7% del PIL)
• 2024: 86,0 miliardi di euro (pari al 3,9% del PIL)
• 2025: 87,1 miliardi di euro (pari al 3,9% del PIL)
• 2026*: 94,0 miliardi di euro (pari al 4,2% del PIL)
• 2027*: 101,0 miliardi di euro (pari al 4,1%-4,3% del PIL)
• 2028*: 107,0 miliardi di euro (pari al 4,4% del PIL)
*Stime previsionali
La spesa totale cumulativa per gli interessi sul debito pubblico italiano in dieci anni, dal 2016 al 2025, è ammontata a 714 miliardi di euro: un salasso stratosferico! Il debito è aumentato nonostante da oltre 30 anni, con qualche eccezione, come al tempo del Covid, l’Italia abbia registrato un avanzo primario positivo di bilancio pubblico, ovvero un saldo positivo tra le entrate e le spese dello Stato al netto degli interessi sul debito. Infatti, da oltre 30 anni i cittadini italiani pagano in imposte e contributi più di quanto lo Stato restituisca loro in servizi come la sanità, l’istruzione e il welfare. Questa è l’austerità. Nel 2025 il saldo primario è stato di 17,4 miliardi di euro, pari allo 0,8% del PIL, ma, secondo le politiche previste dal governo, pagheremo sempre di più negli anni prossimi. Ancora più austerità!
Anno | Saldo primario (mld di €) | % del PIL
2023 | -75,1 | -3,5%
2024 | +11,7 | +0,5%
2025 | +16,9 | +0,8%
2026* | +28,8 | +1,2%
2027* | +42,4 | +1,8%
2028* | +54,4 | +2,2%
*Stime previsionali
Nonostante, come abbiamo visto, gli italiani stringano la cinghia da oltre 30 anni e la stringeranno sempre di più nei prossimi anni, i soldi derivanti dai saldi primari di bilancio pubblico non bastano a pagare gli interessi crescenti sul debito; così lo Stato italiano, ogni anno, per pagarli deve chiedere soldi ai mercati e fare nuovo deficit.
Anno | Deficit in miliardi di € | Deficit in % sul PIL | Stato del dato
2023 | 156,0 miliardi | 7,4% | Consuntivo Istat (effetti Superbonus)
2024 | 73,78 miliardi | 3,4% | Consuntivo Istat definitivo
2025 | 69,74 miliardi | 3,1% | Consuntivo Istat
2026* | ~67,5 miliardi | 2,9% | Stima programmatica DFP
2027* | ~66,8 miliardi | 2,8% | Stima programmatica DFP
2028* | ~61,0 miliardi | 2,5% | Stima programmatica DFP
*Stime previsionali
Ogni anno chiediamo ai mercati decine di miliardi per far quadrare il bilancio pubblico gravato da interessi in crescita. In questo modo, nonostante l’avanzo primario di bilancio in tendenziale crescita, il deficit pubblico fa molta fatica a rientrare nel parametro di Maastricht del 3% del PIL, e il debito aumenta.
Qual è dunque il problema fondamentale del debito pubblico italiano? Il problema è che negli ultimi decenni l’economia italiana è cresciuta troppo poco, non abbastanza per compensare la crescita degli interessi. Dagli anni Ottanta in poi il costo medio del debito ha sistematicamente superato la crescita nominale del PIL e, quindi, il debito è diventato via via sempre più insostenibile. Da anni l’Italia fa debiti solo per pagare gli interessi sul debito, e non per fare investimenti produttivi e sociali. In questa maniera lo Stato italiano trasferisce ogni anno decine di miliardi di tasse dei cittadini al settore finanziario, alla rendita e alla speculazione.
Gli interessi finanziati tramite nuovo debito si sommano allo stock esistente, alimentando, secondo la legge degli interessi composti, la progressione geometrica del debito, mentre, nel migliore dei casi, l’economia reale cresce in modo lineare. Così il peso degli interessi sull’economia e la mancata crescita dell’economia si rafforzano a vicenda e si avvitano in un loop, e la situazione diventa sempre più pericolosa. In parole semplici: il Paese spende così tanto per pagare gli interessi che non ha più soldi per investire nella crescita, e la mancanza di crescita rende il debito pubblico sempre più insostenibile. Per servire il debito occorre fare nuovi debiti. In Italia la spesa per interessi cumulata ha superato l’intero valore dello stock del debito pubblico nel 2000, anno in cui gli interessi capitalizzati dal 1983, pari a 1.351 miliardi di euro, hanno ecceduto il valore del debito totale, pari a 1.300 miliardi di euro. «L’ingresso nella “trappola del debito” ha determinato l’inevitabile inefficacia delle politiche economiche e fiscali convenzionali poiché lo stock del passivo risulta ormai strutturalmente composto da soli interessi capitalizzati, e ogni sforzo di risanamento tramite l’avanzo primario, tramite l’austerità, è stato sistematicamente neutralizzato dalla crescita esponenziale del regime composto».
Keynes ha dimostrato che, per rilanciare l’economia, uscire dalla stagnazione ed evitare una crisi, lo Stato dovrebbe realizzare un grande piano di investimenti pubblici stampando nuova moneta, attraverso la sua banca nazionale, per finanziare il deficit. Ma questo è impossibile nell’eurozona, perché il controllo sulla moneta è esclusivamente nelle mani della BCE che, a causa del Trattato di Maastricht, non può creare moneta per finanziare gli Stati dell’eurozona. Al contrario, Maastricht e il Patto di Stabilità impongono l’austerità per rientrare dai debiti; ma le manovre restrittive contraggono la crescita del PIL, peggiorando in termini relativi il rapporto debito/PIL. Maastricht e il Patto di Stabilità impongono di tagliare la spesa pubblica (anche quella produttiva per infrastrutture, ricerca, scuola e sanità) e di aumentare le tasse. Meno investimenti pubblici e più tasse deprimono però i consumi e scoraggiano le imprese dall’investire. Il risultato è il blocco della crescita economica (PIL), anche se lo Stato è virtuoso e spende meno di quanto incassa (avanzo primario). L’aumento del rapporto debito/PIL moltiplica la sfiducia dei mercati, che chiedono tassi ancora più alti per coprirsi dall’aumento del rischio-Paese. Così il loop si avvita: questo è l’effetto micidiale dell’austerità e della mancanza di sovranità monetaria.
Ma come si è giunti a questa situazione? Di chi è «la colpa» dell’aumento del debito pubblico? Non degli italiani, che finora, come si è visto, hanno stretto per troppi anni la cinghia. Le colpe sono tante: dei governi degli anni Ottanta, che hanno fatto irresponsabilmente troppi debiti pagandoli con nuovi debiti; la «colpa» deriva dalla grande evasione fiscale tollerata in Italia e dall’elusione delle multinazionali che mettono le loro sedi nei paradisi fiscali (europei) per evadere le tasse. Ma la colpa è soprattutto dei politici e dei governi irresponsabili, anche di centrosinistra, che, aderendo al regime della moneta unica, hanno imposto controproducenti politiche di austerità. La colpa è di questo sistema monetario che – in base agli interessi della big finance e all’ideologia e alla politica ultraliberista codificata nel Trattato di Maastricht – è regolato per dare tutto il potere ai mercati finanziari e per togliere potere agli Stati. Sono i mercati che indebitano gli Stati nazionali e che estraggono un enorme valore dai bilanci pubblici. L’euro è in mano ai mercati finanziari. Senza uscire dal regime dell’euro è impossibile uscire dal loop che condanna l’economia italiana.
La perdita di sovranità monetaria comporta l’impossibilità per la banca centrale nazionale di «monetizzare» il debito pubblico, cioè di emettere moneta nazionale per pagare direttamente il debito: detto in altri termini, la perdita di sovranità monetaria impedisce allo Stato di autofinanziarsi. Infatti, il Trattato di Maastricht prevede che la Banca Centrale Europea non possa «coprire» i debiti degli Stati dell’eurozona, ma solo quelli delle banche commerciali. Gli Stati dell’euro, non avendo più una banca centrale che emette moneta, per fare investimenti sono costretti a cercare prestiti in euro nei mercati finanziari. Dipendono dai mercati e dai tassi di interesse che i mercati determinano. Senza sovranità monetaria possono più facilmente fallire perché devono pagare i debiti in euro, cioè in una moneta che non hanno e che non controllano, in quanto emessa esclusivamente dalla BCE. Essendo gli Stati dell’eurozona più facilmente a rischio di fallimento degli Stati sovrani, per coprirsi dal rischio gli operatori finanziari chiedono maggiori interessi: e così si avvita il loop. Inoltre, l’ingresso nell’eurozona ha comportato l’impossibilità di svalutare la moneta per recuperare competitività sui mercati internazionali: la svalutazione, infatti, riduce il valore reale del debito in circolazione e, contemporaneamente, aumenta le esportazioni, dando respiro ai Paesi che devono riformare la loro economia per aumentare la competitività.
Come si esce da questo circolo vizioso? In teoria ci sono almeno otto possibilità: 1) tirare a campare e sperare in un miracolo (e questa è la soluzione più praticata dalla UE); 2) vendere i gioielli di casa per pagare i debiti; 3) eliminare evasione ed elusione fiscale e far pagare più tasse, in particolare ai ricchi, per esempio con imposte sul patrimonio, sui proventi finanziari e sulle grandi eredità; 4) esportare molto, creando così un surplus di ricchezza; 5) fare in modo che la BCE compri il debito degli Stati dell’euro e lo sterilizzi; 6) ridurre il debito mediante inflazione e svalutazione della moneta e, quindi, restituire i debiti con un euro svalutato; 7) rilanciare l’economia europea grazie a investimenti comuni europei finanziati con debito comune; 8) oppure cambiare radicalmente le regole del gioco e buttare via Maastricht.
Vediamo punto per punto se queste soluzioni potrebbero essere efficaci.
- Il miracolo italiano potrebbe essere, per esempio, la scoperta… di una miniera d’oro o del petrolio, oppure una grande innovazione e, per esempio, il brevetto italiano sulla fusione nucleare. Ma è chiaro che non ci si può affidare ai miracoli.
- Per diminuire il debito pubblico potremmo vendere il Colosseo o la Galleria degli Uffizi, o la rete di telecomunicazioni o quella ferroviaria, ma alla fine rimarremmo sempre più poveri e pieni di debiti.
- In teoria, se i governi italiani decidessero di far pagare realmente le tasse a tutti, soprattutto ai ricchi, potremmo, almeno temporaneamente, uscire dalla crisi del debito; ma politicamente questo è molto difficile perché i governi di destra e centrodestra, e anche quelli di centrosinistra, temono di perdere buona parte del loro elettorato se impongono agli evasori e ai ricchi di pagare le imposte per intero. Inoltre, è molto difficile far pagare le tasse ai ricchi perché, con le regole ultraliberali di Maastricht, i grandi capitali possono fuggire dove vogliono e scegliersi i Paesi con il regime fiscale migliore (Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Malta, Cipro, o anche la Svizzera). Infine, la pressione fiscale è già molto elevata nel nostro Paese e molto difficilmente nuove tasse sui ricchi potrebbero risolvere la situazione debitoria dell’Italia.
- Aumentare l’export grazie, per esempio, al boom del turismo: questo è certamente un modo di accrescere la ricchezza e di aumentare la possibilità di diminuire il debito; tuttavia, dipendere dai mercati esteri – come ha fatto la Germania finora – è pericoloso, soprattutto in tempi di dazi, barriere commerciali e deglobalizzazione. Inoltre, l’export molto difficilmente può compensare la carenza di domanda interna.
- La BCE, in base ai vincoli di Maastricht, in linea di principio non può comprare i debiti di Stato.
- La BCE non può certamente puntare alla svalutazione dell’euro: infatti, ha come missione primaria quella di limitare l’inflazione al 2% di crescita anno su anno e di mantenere la stabilità della moneta europea.
- La UE, sempre in base ai vincoli di Maastricht, non può fare debiti per far crescere l’economia europea, se non in casi del tutto eccezionali. Il Quantitative Easing è stata la più importante eccezione dovuta al Covid, l’epidemia globale. Nella UE ogni tentativo di fare debito comune per progetti comuni conosce la ferma opposizione dei Paesi cosiddetti «virtuosi» del Nord Europa: questi non accettano di condividere, sotto il comando di Bruxelles, i debiti con i Paesi con finanze meno solide.
- La soluzione strutturale alla crisi del debito sarebbe uscire dalla gabbia dell’euro e recuperare la sovranità monetaria. Ma uscire unilateralmente dall’euro provocherebbe una grande crisi che sarebbe pagata dalla popolazione più povera e dai ceti medi. In pratica, il governo italiano dovrebbe dichiarare fallimento, almeno parziale, sui debiti in euro e riconvertirli in valuta nazionale. Se l’Italia facesse una mossa simile cadrebbe l’euro, perché l’Italia ha un debito pubblico troppo grande perché non crolli l’intero castello della moneta unica europea. Ma se cadesse l’euro, che è la seconda valuta di riserva del mondo dopo il dollaro, scoppierebbe una crisi globale di proporzioni gigantesche, di fronte alla quale impallidirebbe perfino la cosiddetta Grande Crisi Finanziaria del 2008.
L’unica soluzione, possibile e realistica anche se difficile e complessa, sarebbe l’abolizione concordata del Trattato di Maastricht da parte dei governi europei, in modo che gli Stati dell’eurozona possano, da una parte, riconquistare la sovranità monetaria – che è indispensabile per rilanciare l’economia – e, dall’altra, creare una nuova valuta europea, una valuta comune ma non unica da opporre alla forza del dollaro. La proposta è di eliminare il regime insostenibile e dannoso della valuta unica, di ripristinare la sovranità monetaria degli Stati dell’euro e di realizzare una valuta comune per competere con l’impero del dollaro. Questa soluzione ha il merito di essere razionale e conveniente per tutti i Paesi dell’euro e, quindi, è possibile e realistica.
Questa proposta potrebbe apparire velleitaria, ma nello scenario post-Maastricht non lo è: infatti, la grave crisi politica e istituzionale in corso in Germania e in Francia, con l’avanzata delle destre nei due Paesi – di AfD e del Rassemblement National –, può creare le condizioni per gettare alle ortiche Maastricht e la moneta unica, che sono la rovina dell’Europa, e per tentare di realizzare nuove forme di cooperazione rispettose delle sovranità nazionali, anche in campo monetario. Nel nuovo contesto sarebbe conveniente per molti governi, per Germania e Francia in particolare, tornare a gestire la propria moneta e creare una valuta comune, una valuta confederale da contrapporre al dollaro, come descritto con maggiore dettaglio nel mio articolo su La Fionda.
In ogni caso, è difficile che l’euro, la moneta federale europea, sopravviva al terremoto politico conseguente all’ascesa delle destre nazionalistiche nei due Paesi guida della UE. È sostanzialmente impossibile che il Rassemblement National in Francia e l’AfD in Germania si facciano dettare la politica monetaria dalla BCE o la politica estera dalla Commissione UE e dalla NATO. Tutto verrà sconvolto in Europa dall’ascesa, da destra o da sinistra, di forze anti-UE. Invece di inseguire sogni assurdamente federalisti, come se fosse possibile e democratico instaurare un governo federale europeo che diriga centralmente 27 Paesi diversi, la sinistra dovrebbe approfittare di questi sconvolgimenti per tentare di riformare radicalmente l’attuale forma di Unione Europea. Sul piano politico occorrerà trasformare questa Unione Europea pseudo-federale e dispotica in un’unione volontaria delle democrazie sovrane. Occorrerà abbandonare questa UE centralizzata e autoritaria per realizzare una più efficace – perché volontaria – unione confederale. Meglio meno, ma meglio! Una volta riacquistata la sovranità monetaria, diventerà finalmente possibile per gli Stati diminuire il debito pubblico e rilanciare l’economia.
Il programma del Movimento 5 Stelle non affronta il problema del debito pubblico e neppure quello della grave crisi dell’Unione Europea. Tuttavia, è urgente rivedere tutto il meccanismo della UE prima che tutto crolli, travolgendo le democrazie europee e, con esse, le migliori intenzioni delle forze politiche progressiste. Occorre avviare un dibattito politico serio e scientifico. Senza un’analisi precisa e una visione chiara sulla gravissima crisi dell’Unione Europea e della NATO, un programma politico è monco nelle sue parti essenziali e rischia di diventare poco convincente e poco credibile, e di non conquistare il cervello e il cuore delle persone
https://www.lafionda.org/2026/09/28/il-debito-italiano-nella-trappola-delleuro