C’è un settore del Made in Italy di cui non parla nessuno. Non è la moda, non è il vino, non sono le Ferrari. Sono i beni strumentali: le macchine con cui si producono altri beni. Presse, forni, impianti siderurgici, linee di packaging.

L’Italia è la quinta potenza mondiale del settore, quarta per export. E mentre i paesi BRICS+ cercano di industrializzarsi — l’hanno scritto nero su bianco nel piano d’azione approvato al summit di Delhi — la domanda di macchinari esplode. Solo che oggi quelle macchine le comprano quasi tutte dalla Cina. Il Brasile e il Sudafrica una su tre. L’India e l’Indonesia una su due. La Russia oltre il 70%.

Tutti questi paesi vogliono diversificare. E l’Italia sarebbe il partner ideale: personalizzazione, flessibilità, cura del cliente. Non è una teoria: è quello che è successo con l’Iran dopo il JCPOA, prima che Trump ripristinasse le sanzioni secondarie e le banche italiane bloccassero tutto. Danieli, SACMI, e anche una PMI di Varese che vendeva un mixer da 110mila euro.

Il problema è che la politica italiana sembra non volerlo vedere. Il Libro bianco del MIMIT riconosce il valore strategico del settore, ma poi lega tutto all’allineamento con l’Alleanza Atlantica. E sull’intelligenza artificiale firmiamo Pax Silica invece di guardare ai sistemi open source cinesi, che sono esattamente quello che serve a un tessuto di PMI che non può addestrare modelli da centinaia di milioni.

In questo video proviamo a raccontare perché il settore dei beni strumentali è la carta più forte che l’Italia ha in mano nel nuovo ordine multipolare — e perché rischia di sprecarla.

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