Settembre 18, 2020

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Massacro in Colombia: rivolta nelle strade, la polizia spara sui manifestanti

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Migliaia in piazza in tutta la Colombia, manifestazioni ed assalti alle caserme a Bogotá dopo l’omicidio di Javier Ordóñez da parte della polizia. Il governo ordina una feroce repressione: almeno nove morti per colpi di armi da fuoco, centinaia i feriti e gli arresti. Schierato l’esercito nella capitale, ma la protesta non si ferma

Dopo una notte di incendi alle caserme e di repressione poliziesca che ancora semina il terrore nei quartieri della capitale, decine di manifestazioni sono state convocate ieri in risposta alle gravissime violazioni dei diritti umani, alle torture e alle violenze della polizia inviata a sedare le proteste dal governo di estrema destra del presidente Ivan Duque. Quindici mobilitazioni nella sola Bogotá, tante altre manifestazioni, cacerolazos e presidi da Cali e Medellin fino a Cucuta, Pereira, Popayan e altre città minori hanno portato in piazza migliaia di persone per il secondo giorno consecutivo.

Una estensione della protesta che non si vedeva dalle immense mobilitazioni popolari dello sciopero nazionale iniziato a fine novembre e sconfinato nelle settimane successive in tutto il paese. In continuità con il Paro Nacional, erano state lanciate giornate di lotta nel mese di marzo per difendere la pace, fermare i progetti di riforma del lavoro, denunciare la violenza sistematica nel paese, i femminicidi, la miseria e le devastazioni ambientali: tutte queste mobilitazioni sono state sospese a causa della pandemia, ma durante la quarantena la violenza del governo e gli attacchi dei paramilitari si sono intensificati senza sosta.

Nel pieno della pandemia, le cui conseguenze drammatiche dal punto di vista sociale, sanitario ed economico stanno colpendo in particolare i settori più poveri del paese, contadini indigeni e afrodiscendenti, sono cresciute le violenze paramilitari. Secondo L’instituto di studi per la pace e lo sviluppo Indepaz, sono ben 55 i massacri avvenuti nel 2020 contro popoli indigeni, giovani, contadini, donne, afrodiscendenti in diverse aree del paese, con un aumento significativo di morti nelle ultime settimane, massacri che il governo nega definendoli eufemisticamente “omicidi collettivi”.

E’ in questo contesto che, meno di due mesi fa, il cooperante italiano impegnato nella Missione di verifica del processo di Pace dell’ONU Mario Paciolla è stato trovato morto, ucciso da ignoti in circostanze da chiarire nel dipartimento del Caquetà, nell’ambito di una vicenda che potrebbe essere legata a una fuga di informazioni relativa al rapporto sul bombardamento dell’esercito colombiano che circa un anno fa uccise sette adolescenti.

La militarizzazione, gli sgomberi e la repressione hanno provato a impedire la protesta contro la violenza di Stato e l’impoverimento generalizzato nel paese, mentre i morti per Covid-19 hanno da poco superato la cifra di ventimila ed il sistema sanitario è prossimo al collasso.

Foto Casa Fractal, Cali

Responsabile di questo disastro è il governo di estrema destra presidente Duque, travolto da scandali relativi a corruzione e narcotraffico, compravendita di voti e responsabilità nei massacri paramilitari, come dimostrato dalla recente decisione della Corte Suprema che ha ordinato gli arresti domiciliari per il senatore ed ex presidente Álvaro Uribe Vélez, referente politico del partito di governo Centro Democratico, sotto accusa per tentata corruzione di un testimone nell’ambito di un processo che indaga la fondazione di uno dei più sanguinari gruppi paramilitari del paese.

LA POLIZIA UCCIDE ANCORA

Ricostruendo con ordine i fatti degli ultimi due giorni, torniamo all’alba del 9 settembre, quando nel quartiere di Engativà, nella capitale, due agenti della Polizia Nazionale fermano per strada Javier Ordóñez, avvocato di 44 anni, padre di due figli di 10 e 14 anni. Davanti a diversi testimoni che hanno filmato i fatti, i due poliziotti lo hanno colpito ben undici volte con una pistola taser, mentre si trovava schiacciato a terra dal peso dei loro corpi che gli impedivano di respirare. Nonostante l’avvocato abbia più volte implorato gli agenti di fermarsi e abbia chiesto ripetutamente aiuto, e i testimoni gridavano «Fermatevi, basta, fermatevi» mentre riprendevano la scena, i poliziotti hanno continuato a picchiarlo per poi portarlo in un Cai, Centro di Attenzione Immediata, distaccamento territoriale delle caserme della polizia presente in tutti i quartieri della capitale colombiana. Poco dopo, Javier è stato trasportato in ospedale dagli stessi poliziotti, arrivando già morto a causa delle violenze subite.

I due poliziotti sono stati soltanto sospesi per tre mesi dall’esercizio delle loro funzioni e il caso, come ha annunciato il governo, sarà seguito dal Tribunale Militare, cosa che secondo molte organizzazioni per i diritti umani costituisce una garanzia di impunità per i poliziotti. Un omicidio a sangue freddo che, a differenza di altri omicidi compiuti dalla polizia e dalle forze militari in Colombia, è stato ripreso da un cellulare e condiviso immediatamente sui media e sui social network, scatenando un’ondata di indignazione nel paese che negli ultimi anni sta vivendo un drammatico aumento della violenza e che, in particolare nelle ultime settimane, sta attraversando una fase di gravissima intensificazione di massacri compiuti da forze armate statali e paramilitari. Una scena che ricorda l’assassinio di George Floyd negli Stati Uniti a fine maggio, che ha scatenato un’ondata di rivolte tutt’ora in corso contro il razzismo strutturale e la violenza delle forze dell’ordine.

LA RIVOLTA IN PIAZZA

Poche ore dopo i fatti, sono scese in piazza spontaneamente prima centinaia e poi migliaia di persone per protestare e denunciare l’omicidio compiuto dalla polizia, principalmente nella capitale Bogotá, ma anche a Cali e Medellin e in diverse altre regioni del paese.

Giovani e giovanissimi che sin dal pomeriggio si sono autoconvocati per manifestare la propria rabbia ed indignazione davanti ai Cai in ogni quartiere con oltre ventisei mobilitazioni nella sola capitale attaccate violentemente dalla polizia. La rabbia esplode così per le strade e trasforma le mobilitazioni in una rivolta di massa. Nei quartieri popolari della località di Suba, nel nord della capitale, fino a Soacha nel profondo sud, decine di caserme vengono assaltate e incendiate.

Gli scontri continuano fino a tarda notte: come dimostrato dai video diffusi durante la serata da Colombia Informa e da diversi media indipendenti (e poi apparsi sui media mainstream), la repressione poliziesca ha portato a un vero e proprio massacro, con colpi di arma da fuoco sparati in modo indiscriminato sui manifestanti e, così come avvenuto a novembre, una vera e propria caccia all’uomo nei quartieri. In almeno due zone diverse di Bogotá, sono state denunciate interruzioni alle forniture di elettricità, lasciando quartieri interi al buio dove poliziotti in moto hanno sparato contro chiunque si trovasse per strada.

Il bilancio della repressione della polizia della scorsa notte è di almeno 8 morti, sette durante la notte dell’altro ieri e una nel pomeriggio di ieri, una ragazza di 19 anni, Angie Paola Vaquero, ferita da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia e ricoverata in un ospedale dove non ce l’ha fatta.

Se teniamo in conto l’assassinio di Javier Ordóñez, sono 9 i morti in poco più di 24 ore, tranne quest’ultimo, tutti giovanissimi tra i 15 e i 27 anni. Nella stessa giornata, secondo i dati diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani, sono stati oltre 64 i feriti di armi da fuoco, e 258 i feriti complessivi nella sola giornata del 9 settembre.

Tra i giovani assassinati dalla polizia, Andrés Felipe Rodríguez, 23 anni, colpito da un proiettile al torcace, morto sotto i ferri all’ospedale Simón Bolívar. Julieth Ramírez, 18 anni, studentessa di psicologia, uscita a cenare con una amica e trovatasi in mezzo alle proteste, è morta colpita al petto da un colpo di pistola. Cristian Camilo Hernández, 26 anni, lascia una bambina di due anni, è stato ucciso da un colpo alla nuca dopo essere stato fermato dalla polizia mentre stava effettuando una consegna a domicilio nel quartiere di Verbenal, secondo quanto testimoniato dal padre in lacrime.

Le raffiche sparate dalla polizia contro i manifestanti e chiunque si trovasse per strada, e alcuni casi di vere e prorie esecuzioni sommarie, come testimoniato dalle immagini diffuse in decine di video agghiaccianti dai media indipendenti e da testimoni oculari e abitanti dei quartieri colpiti dalla repressione, dimostrano il livello di impunità e di terrore delle forze dell’ordine colombiane inviate a reprimere le manifestazioni.

Ieri mattina, il giorno dopo la rivolta e i massacri della polizia, il Ministero della Difesa ha annunciato l’invio di 300 soldati a presidiare le strade della capitale, 750 nuovi effettivi ed ulteriori 850 poliziotti trasferiti da altre caserme del paese fino a Bogotá.

La sindaca della capitale Claudia Lopez, del partito verde e oppositrice del governo nazionale, ha denunciato durante la mattinata gli abusi della polizia offrendo sostegno legale alla famiglia di Javier Ordóñez, chiedendo una condanna esemplare per i poliziotti e sostenendo la necessità di cambiamenti strutturali nell’istituzione della polizia nazionale, salvo poi colpevolizzare i manifestanti per i disordini in piazza e le morti causate dalla repressione. La Corte Interamericana per i diritti umani ha condannato la repressione chiedendo di far luce sui fatti che hanno portato al massacro, mentre decine di Ong hanno chiesto la sospensione del capo della polizia della capitale e una inchiesta sulle gravissime violazioni dei diritti umani in corso nel paese.

Foto: Casa Fractal, Cali

IL GIORNO DOPO, DI NUOVO IN PIAZZA.

Ma poche ore dopo, nel pomeriggio di ieri giovedì 10 settembre, quando nuove manifestazioni sono state lanciate in tutto il paese per denunciare la violenza poliziesca e rivendicare giustizia per i morti, condanna dei poliziotti e dei responsabili del massacro, le scene si sono ripetute.

Pochi minuti dopo l’inizio delle mobilitazioni, in un momento assolutamente pacifico del concentramento, a Bogotà, Cali e Medellin sono cominciate le cariche della polizia che ha attaccato le manifestazioni con gas lacrimogeni, colpi di pistola sparati da poliziootti in divisa e in borghese, cariche e camionette militari lanciate contro i manifestanti inseguiti nelle vie dei quartieri. Diversi attacchi violenti contro giornalisti indipendenti e difensori dei diritti umani sono stati denunciati dai media indipendenti Contagio Radio e Colombia Informa.

Ci sono centinaia di feriti, 138 arrestati (aggiornamento alle 10.30 di sera) tra cui diversi minori, come denunciato dalla Campagna “Defender la Libertad”. La polizia ha sparato contro i manifestanti in decine di occasioni, in alcuni casi anche contro le finestre delle case, sfondando porte e finestre delle case per perseguitare manifestanti e residenti dei quartieri popolari, diversi difensori dei diritti umani sono stati fermati, torturati, picchiati e minacciati dalle forze dell’ordine totalmente fuori controllo.

Circolano video in rete con gli arrestati che urlano i propri numeri di documento per poter così essere rintracciati ed identificati da avvocati e difensori dei diritti umani. Senatori e parlamentari dell’opposizone hanno chiesto al presidente di ritirare le forze dell’ordine dalle strade, denunciando l’assenza di garanzie minime di uno Stato di diritto.

Gli hashtag #PoliciaCriminal e #PoliciaNacionalParenDeMatar sono stati trending topic facendo circolare in rete video foto e testimonianze della violenza scatenata nelle strade del paese, mentre sui social circolano richieste di aiuto, nomi di persone fermate e portate via dalle forze dell’ordine senza alcuna informazione sulla destinazione.

Le proteste non si fermano e per il prossimo 21 settembre era stata già lanciata diversi giorni fa una mobilitazione popolare a livello nazionale in difesa della vita e della pace, contro la violenza statale poliziesca e paramilitare. In queste giornate convulse, diventa ancora più importante denunciare la repressione criminale del governo colombiano e chiedere verità e giustizia, costruendo reti di solidarietà internazionale a sostegno della pace e contro i crimini di Stato. Mentre il governo del presidente Duque continua a violare diritti umani e massacrare il suo popolo, mettendo in atto sistematicamente veri e propri crimini contro l’umanità, le barricate continuano a infiammare le strade delle città colombiane e la protesta non si ferma.