Ottobre 23, 2021

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Il Texas cancella l’aborto

  Michele Paris 

Mentre in Occidente dilagano le preoccupazioni per i diritti delle donne nell’Afghanistan tornato in mano ai Talebani, è nello stato americano del Texas che per il momento l’allerta su questo fronte ha raggiunto livelli senza precedenti. Mercoledì è entrata infatti in vigore una nuova legge ultra-reazionaria che minaccia di cancellare quasi del tutto l’accesso all’interruzione di gravidanza. Il provvedimento rappresenta l’ultima e più estrema frontiera della battaglia degli anti-abortisti americani, decisi a liquidare un diritto sancito da quasi mezzo secolo da quella stessa Corte Suprema che questa settimana si è rifiutata di intervenire per sospendere la legge texana.

Alla mezzanotte di martedì, le poche cliniche che nel vastissimo territorio dello stato offrono ancora la possibilità di ricorrere all’aborto hanno ridotto al minimo le loro attività per evitare di incorrere in guai legali e sanzioni salatissime. La “legge numero 8 del Senato” del Texas mette in pratica fuori legge l’interruzione di gravidanza oltre le sei settimane dal concepimento. Il termine viene stabilito con un una definizione deliberatamente fuorviante, cioè a partire dal momento in cui potrebbe essere rilevato, pur essendo oggettivamente impossibile a questo stadio, il battito cardiaco del feto. Nessuna eccezione è prevista in caso di stupro o incesto, ma solo quando la salute della madre sia messa in serissimo pericolo.

La legge era stata firmata dal governatore repubblicano Greg Abbott nel maggio scorso e subito svariate organizzazioni a difesa dei diritti civili e per il diritto all’aborto avevano presentato ricorso in tribunale. Secondo i denuncianti, la nuova misura priva l’85% delle donne del Texas di un diritto costituzionalmente protetto quando esercitato entro 22 / 24 settimane dal concepimento. Alla sesta settimana, infatti, la maggior parte delle donne nemmeno è consapevole di essere incinta.

Il tribunale federale distrettuale che si stava occupando del caso aveva fissato a lunedì scorso un’udienza per valutare la richiesta di emettere un’ingiunzione preliminare contro la legge. Lo stato del Texas si è però rivolto alla corte d’Appello di New Orleans, competente per il Texas e composta a maggioranza da giudici ultra-conservatori, che ha cancellato l’udienza distrettuale col pretesto dell’arrivo dell’uragano Ida e permesso in sostanza alla legge di entrare in vigore. Nel frattempo, il procedimento legale seguirà il suo corso normale.

Un ultimo tentativo per bloccare la legge era stato poi fatto con la Corte Suprema federale. I giudici sono rimasti inizialmente in silenzio e hanno alla fine votato contro la sospensione del provvedimento anti-abortista quando era già entrato in vigore. Il ricorso è stato respinto di misura – 5 a 4 – a conferma dei timori diffusi anche negli ambienti conservatori per il carattere esplosivo della misura adottata dal Texas. Alla Corte Suprema, dopo le tre nomine fatte dal presidente Trump, c’è oggi una maggioranza conservatrice composta da 6 giudici, ma sulla legge del Texas il presidente del tribunale, John Roberts, si è schierato con i 3 giudici “liberal”.

Sia Roberts sia questi ultimi hanno espresso giudizi durissimi sull’opinione della maggioranza. La giudice Sonia Sotomayor, nominata da Obama, ha scritto di una legge “palesemente anti-costituzionale”, studiata “per proibire alle donne l’esercizio dei loro diritti costituzionali”. Roberts ha a sua volta parlato di uno “schema legale senza precedenti”, riferendosi all’impianto del provvedimento che ha il preciso scopo di rendere complicato qualsiasi procedimento giudiziario presentato contro di esso.

Questo aspetto singolare costituisce forse la preoccupazione maggiore dei sostenitori del diritto all’aborto e delle strutture che praticano l’interruzione di gravidanza. Il testo della legge non autorizza nessun ufficio o funzionario dello stato a perseguire coloro che la violano. Una denuncia può essere invece fatta, ed è anzi incoraggiata, dai normali cittadini, i quali hanno facoltà di segnalare alle autorità chiunque si metta al di fuori della legge: dai medici che praticano l’interruzione di gravidanza dopo sei settimane dal concepimento agli impiegati delle cliniche, dalle associazioni che offrono consulenza alle donne fino addirittura ai famigliari o ai tassisti che le accompagnano ad abortire. I denuncianti, che possono anche risiedere al di fuori dello stato, in caso di vittoria in tribunale hanno inoltre diritto a un rimborso pari a diecimila dollari. Questa insolita caratteristica rende quindi difficile individuare una persona o un ufficio dello stato verso cui indirizzare le cause intentate contro la legge anti-aborto.

La nuova legge viene implementata in un clima di pesante oscurantismo in molti stati tradizionalmente a maggioranza repubblicana. Numerose misure sono state discusse o approvate negli ultimi anni, con l’obiettivo spesso di generare dispute legali da spingere fino alla Corte Suprema. Qui, gli anti-abortisti sperano di ottenere una sentenza che ribalti quella del 1973 (“Roe contro Wade”), che ha sancito il diritto costituzionale all’interruzione di gravidanza, e quella del 1992 (“Planned Parenthood contro Casey”), che lo ha ribadito avvertendo gli stati a non imporre “ostacoli eccessivi” al diritto all’aborto nel periodo in cui il feto non può sopravvivere al di fuori dell’utero.

In questi ambienti si scommette sulla supermaggioranza conservatrice venutasi a creare alla Corte Suprema grazie all’amministrazione Trump. Un test cruciale a questo proposito potrebbe arrivare nel prossimo anno giudiziario, al via dal mese di ottobre, quando la Corte Suprema dovrà esprimersi su un caso riguardante una legge dello stato del Mississippi che chiama in causa proprio la sentenza del 1973.

Per quanto riguarda il Texas, nel 2013 era già stata approvata un’altra legge molto restrittiva del diritto all’aborto attraverso l’imposizione alle cliniche che lo praticavano di standard medici simili a quelli richiesti agli ospedali. La legge era stata in seguito bocciata dalla Corte Suprema, ma aveva provocato la chiusura di una ventina delle circa 40 strutture che garantivano l’interruzione di gravidanza. Le difficoltà di avere accesso all’aborto in molti stati americani si traducono in discriminazioni che pesano soprattutto sulle donne appartenenti alle classi più disagiate, visto che per esercitare un diritto riconosciuto dalla Costituzione sono costrette a lunghi viaggi, talvolta in altri stati, e a spese spesso insostenibili.

La presa di posizione della Corte Suprema e la stessa implementazione della nuova legge del Texas sono state oggetto di critiche molto accese a Washington. Anche il presidente Biden ha ritenuto di emettere una dichiarazione ufficiale nella quale ha affermato che il provvedimento “viola apertamente” la Costituzione. La sua amministrazione, ha aggiunto Biden, ribadisce “l’impegno a difendere il diritto costituzionale stabilito dalla [sentenza] ‘Roe contro Wade’”.

Come il presidente intenda mantenere questa promessa non è tuttavia chiaro, né sembrano esserci le premesse per una mobilitazione a favore di questo e altri diritti democratici. Il Texas è già in queste settimane un laboratorio anche per l’assalto al diritto di voto. Una legge ultra-restrittiva in questo ambito è stata infatti approvata proprio nei giorni scorsi. Malgrado l’indignazione e le polemiche esplose a livello nazionale, il Partito Democratico che controlla la Casa Bianca ed entrambi i rami del Congresso non è stato in grado né sarà con ogni probabilità in grado di arrestare la deriva anti-democratica promossa dagli ambienti dell’estrema destra repubblicana.

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